Rock the Casbah!

I Banditi stanno uscendo con un nuovo singolo: si tratta di una cover di uno dei più bei pezzi dei Clash: Rock the Casbah. Io sto preparando la grafica, per farlo mi sono ispirato alla cover originale del singolo (andatevela a vedere), riadattandola in vettoriale, con una colorazione in stile Obey.
Il singolo sarà disponibile a breve sull’iTunes Store.
Per qualsiasi informazione: http://thebanditi.com/ 

Biagio Pitona

Un tempo si vedeva spesso il vecchio Biagio Pitona passare con il suo piaggio grillo, sporte della spesa al manubrio ed equilibrio precario come un circense.
Il casco non lo portava mai, aveva sempre un buffo cappello da cow-boy, occhiali da sole scuri e una giacchetta scamosciata con frange. Sembrava uscito dal Texas, in realtà faceva  parte della fauna autoctona del posto. Una di quelle specie, che nei nostri paesi sta andando in estinzione: quella dei personaggi. Gli uomini che per la loro eccentricità tenevano alto il carattere del luogo. Di rado, veniva immortalato nelle foto vacanziere dei turisti del nord, che guardandolo passare trattenevano a stento un sorriso imbarazzato.
Biagio passava con il suo Grillo, senza mai smettere d’inveire contro qualcosa, o urlando alla gente di far largo. Transitava furioso per il mercato del lunedì, una vera impresa, dal momento che anche un cane al guinzaglio sarebbe stato inghiottito dalla folla uscendo di razza differente. Ma Biagio non si perdeva d’animo,  cercava strada urlando, alzando il pugno al cielo imprecando contro un Dio troppo ingiusto per permettere a così tante persone di stare al mondo.
Sentire il suono d’un vecchio cinquantino alle spalle era il preludio, l’allarme per avvisare che a breve sarebbe passato Biagio con il suo cappello, i suoi farneticamenti, le sue frange al vento. Se non fosse per la parvenza trasandata e sudicia dei suoi vestiti, si poteva anche pensare a lui come l’eroe d’un fumetto sempre vestito uguale, dalla marcata personalità e la mancanza di qualche venerdì.
Aveva pressapoco cinquantasette anni portati male; poteva vantare una pensione per infortunio da ferroviere, e avrebbe detto d’amare ancora quel lavoro. Passava delle ore a guardare i treni partire e tornare. Conosceva tutti gli orari, come pure i numeri di carrozza e motori. Non si sa per quale inclinazione, ma certo la si può immaginare, durante tutta la giornata lo vedevi seduto sulle panchine, in fianco alla fontana coi pesci rossi, proprio di fronte ai binari della stazione di paese. Quando partivano gl’annunci, lui gli ripeteva a memoria, fissava ascoltando il sibilo dei freni ragliare sulle rotaie, i passi della gente che tornava, i discorsi degli studenti che stavano lì a partire. In un certo senso, quella piccola stazione di paese rappresentava un mondo per il vecchio Biagio Pitona, oltre che una sfera aperta al suo passato, ai bei tempi in cui era controllore sul treno, e passava da Milano a Venezia, da Bologna a Roma sfilando per le campagne in fiore, sui treni dello stato, per poi tornare a casa, dalla sua famiglia.
Ed ora il lavoro non lo aveva più, come pure la famiglia. Qundici anni fa si vide costretto al divorzio; la moglie e i due figli si trasferirono e con l’andare del tempo nessuno lo chiamò più. Cosa combinò fu solo affare suo. Cominciò la sua capitolazione. In quegl’anni di solitudine, Biagio non ebbe mai la forza o l’ambizione di risollevarsi, anzi s’attaccò alla bottiglia, e quando le bottiglie diventarono molte, cominciò a ciucciare i cartoni.
Ciucciare le bottiglie diventò lo sport di Biagio Pitona.
Il Tavernello! Che spettacolo era il Tavernello, e altre sottomarche dei supermercati per sottomarche. Lo persero un po’ tutti di vista, perché dopotutto la gente pensava fosse uno spreco di tempo stare a vedere Biagio che passava imprecando contro tutti i santi. A dire la verità sembrava fosse partito per qualche paese, in realtà non si mosse mai da qui, era solo che i commercianti s’erano talmente abituati a lui, da non badargli più. Era come vedere passare il cane della signora Marisa, Filippo, l’unico cane che aspettava il semaforo per passare la strada; all’ora dell’aperitivo trottava per i bar a reclamare la sua fetta di mortazza. Un vero gentilcane. Comunque ben presto tutti si dimenticarono di lui, come egli per primo.
I tramonti d’agosto passavano lunghi come in California, e in fianco alla fontana dei pesci rossi il vecchio relitto sedeva con tre cartoni di tavernello, o qualcosa di simile, accompagnato da un cartone di succo di frutta preferibilmente all’arancia, o tropicale. Amava stare coi pesci rossi, come se fossero i suoi animali da compagnia. Spesso sedeva accanto alla fontana della stazione, annegato dal vino, parlando a lungo con loro, e talvolta cercava persino di accarezzarli:loro scappavano, e lui da bravo padrone s’incazzava e bestemmiando tirava sassi dentro la fontana.
-figli di puttana, dovete shtare vicino a me!- diceva posato.
Il volto di Biagio cambiava colore a seconda di quello che andava bevendo. S’era “vino” bianco, il suo colorito tendeva al giallo-cirrosi, per il rosso, Biagio diventava come Toro Seduto. Gl’occhi parevano volersi sdoppiare, il suo volto inebetito aveva perso qualsiasi tipo di simmetria. Le pupille miravano entrambi un punto a se, tanto che sembravano muoversi come quelle d’un camaleonte, o che fossero attaccate a nulla, come quelle dei pupazzi. Così quando Biagio fissava un qualcosa, gl’occhi andavano rimbalzando due tre volte prima di fermarsi su qualcosa d’importante come l’argentea cartina sfuocata dei chewingum. Le sue labbra andavano sporgendo caduche, ed il viso perennemente gonfio dall’alcool gli donava l’aspetto d’un rospo, altro non si potrebbe paragonare.
Ognuno di noi ha una percezione del tempo, ed un modo per scandirlo:in frazioni, porzioni di vita come le giornate di lavoro,  i campionati di calcio o il tempo con cui si sta con la propria bella, arrivare a fine mese… Biagio scandiva il tempo con i cartoni di vino polverulento e la sua solitudine, alla quale non s’abituò mai. Finchè un giorno scendendo le scale della stazione s’accorse che il suo Grillo non c’era più. Una manica di studenti con spille e giubbotti di pelle glie l’aveva preso in prestito la sera prima, ed il buon intento di riportarglielo si perse come il mezzo, tra le bravate notturne del venerdì sera.
Ah! Che brutto tiro fece il buon Dio contro il Pitona! Si convinse che lo fece apposta, che per tutta la vita la malasorte s’accanì su di lui, il povero diavolo, che non ebbe mai il tempo per alzare la guardia, perché il vecchio dell’alto dei cieli giocava sporco, senza preavviso, e se lo immaginava divertirsi  come un bambino con una lente d’ingrandimento, che brucia le formiche sul davanzale. Così, per colpa del Grillo scomparso Biagio Pitona perse completamente la fede. Non che prima ne avesse poi tanta, ma ora ci rinunciò proprio, e le sue bestemmie come l’astio per la vita centuplicarono di sfumature e di repertorio, riempiendo di canti blasfemi le serate passate in compagnia dei pesci rossi, quelli della fontana. A loro in fin dei conti voleva ancora bene. Si prodigava di portare delle briciole di pane, o dei pezzi di salsiccia necrotica, che unse completamente la fontana. Quando era di buona, voleva che anche i poveri animaletti partecipassero al suo perenne baccanale, così lo potevi veder sorridere con quella faccia da rospo, mentre versava cartoni di vino e fondi di liquori dentro la vasca. Di certo non si ricordava Biagio che quando era cotto ci pisciava dentro alla fontana dei pesci rossi. Il risultato di quell’amore fu che l’acqa della fontana aveva il colore dell arcobaleno, talmente unta fosse.Così uno dopo l’altro anche i piccoli superstiti rosso squama trapassarono galleggiando a miglior vita nelle acque dello Stige avvelenato. E il derelitto rimase ancora una volta solo e incazzato di esserlo.
Sarà per questo, o per mancanza di mezzi che Biagio fu sempre più costretto lasciare la stazione. Per via della distanza, perchè in realtà le sue sbornie diventavano così virtuose da impedirgli di camminare fino al crocevia ferroviario. Non si crucciò molto.
Da quel lunedì lo si vedeva alla fermata dell’autobus seduto sulla panchina d’aspetto, con due sacchetti della spesa e succhi di frutta. Quando si stufava di respirare smog, si diceva ch’era meglio optare per il parco pubblico, per via della vista, e dell’aria sana che tirava dal lago. (Ci teneva a respirare aria buona…)
Il parco Catullo divenne la sua seconda casa. Anzi la prima, visto che delle volte era così malmesso da non riuscire a far rientro nella propria bettola, tanto che la polizia comunale spesso lo chiudeva dentro.
Biagio appariva alle dieci di mattina circa, e dopo aver finito il fondo della sera prima, camminava in centro per fare spesa al suo supermercato tedesco di fiducia. Passava per il paese ricurvo, per inerzia di procurarsi bacco e tabacco. Bestemmiava ad ogni passo, e quando qualcuno gli passava in fianco, lo mandava a quel paese. Ma sottovoce, perché in fondo Biagio non avrebbe fatto del male ad una mosca, per paura che quella gli potesse fare qualcosa di ripicca.
Come gli piaceva passare le giornate a sbronzarsi nel parchetto comunale!
Sorrideva a tutti gl’animali, come fosse un San Francesco. Più di tutti lo facevano sorridere i merli che frugavano tra le foglie, con quel loro aspetto tragicomico. Notava come il tempo passasse in fretta, in quello stato di perenne rincoglionimento, e ne era compiaciuto, come di vedere che le foglie degli alberi cambiavano finalmente colore. Per la prima volta pensò che poteva beatamente farla finita anche lui. Ma non ne cavò niente, perché non aveva abbastanza fantasia.
Fu in quell’autunno, proprio mentre s’impaccò a guardare la costellazione di puntini di vomito sulle proprie scarpe che un uomo gli si fece in fianco e gli chiese d’accendere.
Era un marocchino smilzo, con la faccia gonfiata di sberle e dai cartoni di vino. Parlava per vocali talmente sballinato da farlo con la lingua fuori. Era vestito con una maglietta piena di fili d’erba per la nottata, e anch’egli teneva nella destra un sacchetto della spesa con diversi cartoncini all’interno.
Il marocchino impiegò due buoni minuti per accedere la sigaretta. Egli era in segreto contatto con il movimento di rotazione della sfera terrestre, barcollava ellittico, l’accendino andava contrario a quella testa ovattata.
Biagio scostò due cartoncini del miglio tavernello, come per invitare il nuovo energumeno a sedersi.
Quello s’accomodò subito quasi cadendo. Lanciò spavaldo la propria spesa sotto gl’occhi del nuovo amico.
Il marocchino si chiamava Rashid. Non parlava molto bene l’italiano, in più era impossibilitato dalla lingua gonfia di metanolo. Era come se parlasse pronunciando vocali aperte, di continuo dilatate. I suoi monologhi risultavano spesso come una serie di – Bleah, wheeaa!- o qualcosa del genere. Ma non importava, perché era comunque capace di dare enfasi ai suoi discorsi senza senso, e a Biagio in fondo in fondo faceva piacere aver trovato un compagno di sbronze, il sole di quella giornata sembrava all’improvviso più tiepido, tanto che anche il caro vecchio tavernello cominciava a scendere più leggiadro per la gola vetriolica dei due uomini.
Non parlarono molto quella giornata. Erano più intenti in una specie di muta meditazione delle cose. Guardavano passare le macchine, le persone coi cani appresso, e i bimbi che a distanza dovuta giocavano a darsi delle gran botte, come lottatori di wrestling.
Venne il tramonto, e i due personaggi si salutarono come avessero concluso una dura giornata di lavoro. Ognuno se ne andò per la propria meta, sconosciuta per entrambi, ma per forza di cose ci si doveva alzare da quella panchina..
Il giorno dopo quello che rimaneva di un vecchio personaggio di paese, sedeva nuovamente alla fermata degli autobus, assorto in discorsi con john Barleycorn, mentre l’aria autunnale cantava Child of the wind di Bruce Cockburn.
Ben presto con tacito consenso d’un abitudine a lungo perpetrata, l’eterna riserva, Biagio Pitona, s’alzò per accaparrarsi la panchina del parco, là dove l’aria soffiava più sana.
Al terzo cartone di vino, ecco sentì qualcuno “accomodarsi” in fianco. Era Rashid. Aveva un occhio nero, ed un paio d’ematomi in più su quel viso già gonfio di vizio.
-Che hai fatto?- chiese con finta preoccupazione.
-Whaa! Culofan…fanculo!-
Biagio si mise a ridere con occhi ch’andavano dissociando le intenzioni del cervello, ognuno per guardare una cosa diversa.
-Io marrrokino- diceva  Rashid, con quella determinazione islamica alzando il dito verso il cielo, come se le sue parole fossero scritte. Poi cominciò una litania in lingua originale, che suonava molto veloce, e piena di “Hr”. Non si capì nemmeno una virgola.
-Ma L’è vero che non potete mia bere?- domandò timidamente Biagio.
-Fanculo!Allah K’mar!-
La bestemmia di Rashid suonò alle orecchie del cow-dioboy come il proprio inno arricchito d’archi e archetti. Aveva trovato un altro come lui, uno ch’era in guerra con il proprio dio.
Il duo della panchina prese più coraggio, incitandosi a vino di serie z guardando le faccende umane stando in disparte e sbeffeggiando il passaggio delle persone, con le loro inutili corse. Il loro bieco sorriso, ricco di  fanculi, anelava una suprema coscienza della vita, qualcosa che gli altri non sapevano, ma conoscevano solo quei due reietti. Cioè che il mondo era una merda, e dio, qualsiasi esso sia, non gli voleva bene.
Rashid era più temerario di Biagio. Forse teneva più rancore nei riguardi della vita. Il suo bere era cattivo, ingestibile. Per questo ogni sera le prendeva da qualcuno. Partiva con l’intento di darsi un tono, ma poi finiva inevitabilmente per trovare quello che gentilmente batteva su un portone del paese con la sua testa.  Da quelle parti si diceva “quello del formaggio”.Suonava come l’orologio della piazza, e quando il ragazzo aveva finito di pestare note, Rashid rimaneva in terra, maledicendo il mondo intero.
I discorsi che i due ubriaconi suonavano come una continuo cantico di autocommiserazione, ed astio per quella strana vita che non gli voleva.
I due sguazzavano continuamente nella morchia del rimpianto, intimamente convinti di non aver voluto nessun tipo di malasorte. Il sistema gli portò fino a quel parchetto, come se il mondo volesse nasconderli perché non era in grado di capirgli. Erano troppo belli forse…
“quello è il vero”pensava Biagio sorridendo nel suo strabismo anfibio.
In una vena di romantico trasporto mista ad incommensurabile alcolismo, Biagio decise di raccontare la storia della sua vita al marocchino, più giovane di lui.
Così andò divagando a zig zag per le sue giornate trascorse, dove la vita sorrideva dal finestrino d’un treno, e lui era il controllore, persona in divisa. Dai figli fino alla moglie. Un demonio vestito da donna, come lo descriveva Biagio. Fu in grado di portargli via tutto. Ecc ecc.
-Fanculo! Woa- fu la risposta di Rashid che non capiva un cazzo. Non aveva molto da esprimere in italiano…era drammatico nei movimenti scompensati che i reduci riflessi tentavano di proporre senza risposta.
Non parlava, si esprimeva a suoni gutturali, ma al vecchio Biagio gli era chiaro dell’intensità della parole. Rashid s’esprimeva con una cattiveria mai percepita, un indole dimenticata, troppo fiera per far parte dell’Europa-duemila.
Spiegò con parole sue, quello che pensava a proposito delle donne. A gesti per lo più. Comunque il risultato fu che secondo Rashid, il suo paese aveva la risposta su come trattare le donne. Anzi, si dilungò pure (tanto di tempo ne avevano) a spiegare tutto quello che la sua patria aveva, cose che in Italia non c’erano. A partire che tutti gl’avrebbero aperto le porte a braccia aperte. Perché dalle sue parti l’ospitalità era sentita. Si beve il tè insieme, col narghilé. Era un gran posto questo paese.
Biagio guardava estasiato l’espressione dell’amico, come i suoi occhi cercavano di risvegliarsi pensando a casa. Il marocchino parlava e parlava, tralasciando di tradurre parole in italiano. Faceva versi, mimi e persino rumore di cammelli. Il suo discorso pareva lucente, e se il vecchio chiudeva gl’occhi, gli sembrava d’essere lontano, nei luoghi di quelle parole fatate, che a orecchie sobrie sarebbero suonavano come un cocomero che rotola dalla cima delle dolomiti, con lo stesso effetto.
Un fondo d’amarezza colse Biagio nel proprio intimo. Si rammaricò di non aver mai avuto la possibilità di girare e girare. Ma in fondo, fanculo a quella vitaccia nomade pensò. Nel mentre cercava di spegnersi bevendo avidamente quella mescita speciale di succo e vino in cartone.
Rashid cominciò a commuoversi, ardeva la brace del ricordo nel cuore ebbro del nordafricano.
Tanto da farlo piangere come un bambino. Biascicava,  non ci stava più dentro a quella balla.
Biagio tentava di consolarlo, battendo sulla spalla. Lo accudiva accarezzandolo, calmandolo a versi simili a quelli che s’usano per chetare un cane.
Rashid singhiozzava, parole in lingua originale, poi si calmò soffiandosi il naso con le mani. Prese una lunga sorsata dalla bottiglia di sambuca terza categoria. Certo, di tanto in tanto bisognava rifarsi la bocca. Troppe lacrime analcoliche. La scelta del vino in cartone, era dettata ovviamente da esigenze economiche. I succhi servivano a camuffare quel sapore ch’andava ripetendosi per lunghi mesi nelle gole sempre assetate. Bottiglie di superalcolici erano utili per cancellare qualsiasi gusto di routine.
-Come mai sei venuto qui?-
-Woah-. Furono le ultime parole della giornata. Perché Rashid prese il suo sacchetto, e s’incamminò verso il paese, in cerca di qualcosa da fare, qualcuno da molestare. Il suo muso aveva ancora qualche spazio vuoto, nella quale dipingere un nuovo ematoma.
“Forse se ne va per la vergogna d’aver pianto davanti a me. Dev’essere un tipo orgoglioso”.
Biagio rimase solo. Definitivamente. Una cosa che quella sera gli riusciva insopportabile.
Così cercò di finire la sbronza definitiva, calcolando, per quanto gl’era consentito fare, quanto mancasse all’ora del grande salto. Da tempo cercava di farla finita, di chiudere il contratto con quella vita sfigata. Guardando l’orologio da tasca decise che le venti e trenta sarebbe stato l’orario ottimale. Quella era l’ora giusta. Bestemmiò annuendo.
Non gl’importava d’aver incontrato un amico. Non gl’importava più niente, e nulla l’avrebbe fatto nuovamente appassionare alla vita. Era finito da tempo, non ci voleva molto a capirlo.
Finito il cartone di vino ne aprì un altro brindando al cielo con tutto il disprezzo. In fondo in fondo non desiderava il paradiso. Preferiva capitare in un girone infernale più movimentato. Quello dei bar di periferia lì si ch’avrebbe potuto ritrovare certe vecchie compagnie.
Ben presto sarebbe andato. Fanculo, pensava allungando la mano vuota nell’aria. Bastava solo fare quattro passi lungo la stradina del parco Catullo. Arrivare in cima al bastione guardare il lago un ultima volta, buttandosi. Da là sopra non c’era possibilità di fallire…. tanti saluti e fanculo a tutti. In quanto alla paura, bè aveva calcolato tutto. Si sarebbe sbronzato talmente che una volta sveglio ai cancelli dell’inferno non si sarebbe nemmeno ricordato come abbia fatto ad arrivarci, e cosa avesse combinato. Se un buon demonio avesse chiesto cosa ci faceva lì, egli avrebbe risposto di non sapere nemmeno come c’era capitato. Sapeva solo che la sera prima s’era sbronzato. Che genio il vecchio Biagio Pitona. Ci avrebbero fatto una risata tutti.- ieri sera l’hai combinata grossa!-
S’attaccò a tutto quello che c’era di liquido dentro il suo sacchetto. Ben presto il sole faceva capolinea dietro le montagne oltre il lago. Fu allora che Biagio si mise a piangere senza controllo. Fu il pensiero di veder calare l’ultimo giorno, così un po’ di nervoso. Non togliendo niente al fatto che il suo sangue, come il cervello aveva tassi alcolici indicibili, ch’avrebbero potuto ammazzare qualsiasi uomo non avezzo alle gare di resistenza. Si fece coraggio urlando al cielo la sua disgrazia, e fanculizzando tutto e tutti.-FANCULOOOO!- Perché nel suo animo sapeva di essere nel partito vero della vita, erano state le vicissitudini, specialmente la gente e dio, a ridurlo così. Lui non ne aveva nessuna colpa. (Come al solito). Però dall’alto della sua panchina, perdonava tutti. Lo ripeteva “io vi perdono”, barcollando da seduto. Ma lo smacco all’onnipotente, non glie l’avrebbe risparmiato. Una volta ai cancelli del paradiso, avrebbe protestato di non voler entrare. Si sarebbe fatto sentire, uno scandalo mai sentito sui giornali celesti. “Biagio perdona tutti tranne che Dio”. E così dicendo alzò il medio. Poi cercò d’alzarsi e fù il buio.
Si risvegliò alle due e mezza di notte. Fece uno “scatto” sulla panchina, perché capì subito d’essersi addormentato cadendo, e l’ora era tarda. S’era pure pisciato & cagato addosso, e per tutto quel piscio e altro, l’orologio da taschino si fermò abbandonandolo pure quello. Anche quello aveva rinunciato. Morto annegato.
Biagio era disperato. Non poteva morire senza dar fede all’orario prestabilito, in più non poteva morire senza conoscere l’ora del decesso. Che fregatura. Ci rimase male, e s’avvilì ancor più. Aveva bevuto troppo. Per la prima volta capì in un barlune subito dimenticato di che mostro fosse l’alcol. Doveva essere più responsabile come gli dicevano una volta, ma l’alcol non lo permette. Forse era meglio smettere di bere per riuscire ad ammazzarsi pensò. Rassegnato a tutto ciò si sdraiò sulla panchina e richiuse gl’occhi mandando qualcosa a fanculo. Domani avrebbe riprovato, e il pensiero lo calmò, quasi qualcuno gl’avesse dato la buona notte.
L’indomani il sole se ne stava già a metà via, quando Biagio si sentì svegliare.
In fianco a lui, Rashid l’eterno contuso, stava ciucciando una bottiglia di birra. Stavolta non portava il suo cappellino della mortazza Bologna. Una porzione della sua testa era rasata, e nel centro di quella chiazza si potevano scorgere dei punti di sutura coperti da una crosta. Oltre al fatto che non riusciva a camminare abbastanza bene. Le cose andarono così:
Rashid era pieno come l’addome d’un ragno schifoso. Non trovando nessuno contro cui inveire, si mise in mezzo alla strada. Bestemmiava e continuava a urlare “Moahh! AArrh! aaAAAARCULOFAN!”. Finchè le luci d’un auto lo illuminarono. Si ricordava solo d’una ragazzina, che scesa dalla macchina piangeva, pensando d’aver ammazzato qualcuno, dall’età si direbbe avesse appena preso la patente…
Con tutta probabilità, Rashid avrebbe pure intascato soldi dall’assicurazione. Per questo ciucciava birra di marca compiaciuto, con la testa mezza spelacchiata.
Ne passò una anche all’amico, invitandolo a brindare. Non appena Biagio diede una sorsata, sentì le viscere rivoltarsi. S’alzò di colpo, con movimenti goffi, ovattati, corse in qualche modo a vomitare nella siepe. Degli uccellini volarono via verso il cielo terso, infinito.
Pitona era più del solito una larva umana quel giorno. L’amico invece sembrava essere in vacanza, bevendo allegro con le mani dietro alla testa, come avesse vinto la lotteria. Ah che furbo era lui!
Una disperata rassegnazione lo avvinghiava in un abbraccio che non dava mai un minuto di tregua, come un’amante troppo possessiva, soffocante. Dopo le prime due tre birre, i due presero a dedicarsi ad una bottiglia di rosso. Un Amarone d’un supermercato tedesco. Non s’era mai vista tanta qualità sulle assi della panchina. Almeno quello andava giù di piacere, rendendo paonazzi i due ubriaconi. Che gioia c’era per quella bevuta!
Ma Biagio non riusciva ad essere felice. Con gratitudine tracannava senza un futuro, mentre Mohamed Abdel Rashid, o meglio il principe Rashid, sorrideva mostrando quello che aveva comperato. Dava fondo agli ultimi suoi spicci consapevole d’un futuro più roseo dato dall’assicurazione. Ben presto però s’accorse della malinconia dell’amico. Finchè non si decise di chiedere che cosa c’era che non andava…
-Ieri sera, ho tentato d’uccidermi. Voglio farla finita..- non riuscì a smettere di parlare che scoppiò in un pianto senza fine. Era inconsolabile. Rashid, cercava di ammansirlo senza risultato.
Ci fu un attimo in cui Biagio volse lo sguardo all’amico. I suoi occhi erano strabici, come se non fossero attaccati a nessun filo. Gonfi d’alcool e lacrime, s’uno sfondo giallo da cirrosi. O Meglio giallo-cirrico.
-Stai calmo, (woa)- ripetè Rashid accarezzandogli una guancia.
Si guardarono a lungo, in silenzio. Il volto di Biagio sembrava chiedere aiuto.
Rashid gli prese la mano accarezzando pure quella.
-Buuuhuuhuuuu- faceva Biagio…
Rashid illuminato dal tramonto strinse a se Biagio che sussultava.
Poi gli prese il mento cercando di dire qualcosa che suonava come –BoAh!-
Erano uno in fronte all’altro, e si guardavano strabici avvicinandosi piano piano. Poi quando furono vicini, a un palmo di naso, socchiusero gli ochhi come nei film e si baciarono.  Si baciarono, che entrambi sentirono farfalle ubriache impestate librarsi dal loro interno, e Absolute Beginners di David Bowie partì dal Juke Box del vento mentre l’inquadratura si allontanava volando in alto da quella panchina per inquadrare anche il tramonto.
Sentirono l’emozione crescere dentro. E si guardarono nuovamente a lungo, e con occhi dolci. Mentre genitori allontanavano i loro bambini.
Il giorno era cambiato quel giorno. Come se ci fosse qualcosa di nuovo e zucchero merdoso.  Biagio Pitona guardava il sole compiaciuto d’aver trovato un altro colore che non conosceva dentro quella palla di fuoco. Chissà, forse domani è un altro giorno e si vedrà!
-WoahFankulo! FANKULOOOO!!!-
This is the end.
Beautiful friend…

Fino alla fin del mundo

24 gennaio

Plaza de Mayo e i veterani delle Malvinas. Qua la questione Falkland e’ ancora molto aperta, chiedono gli venga riconosciuto lo stato di veterani di guerra. Graffiti pro CFK, che adesso e’ in ospedale. Il taxista ci ha detto che e’ andata a rifarsi le tette. Poi ci ha fatto la cronostoria di 30 anni di politica italiana. L’asse Cicciolina – Berlusconi…

26 gennaio

Boca – River 2 a 0!! Folleggiamenti notturni!
Tano Grandote y Barbosa.

27 gennaio

A Mar del Plata vendono dreadlocks in spiaggia. Qua l’Argentina viene in vacacion. Metti uno skate park vicino alla spiaggia e avrai una nuova generazione di skaters che spaccano i culi. Carnazza e Quilmes la dieta giornaliera. Cerco inutilmente un volo per Puerto Madryn, piu’ tardi vado in cerca de L’Eternauta in lingua originale. Applausi al bagnino che soccorre l’anziano signore. Si beve il mate in spiaggia. AAAy churros!

 28 gennaio

Tre giorni nell’albergo dei misteri.. Quadri che cascano, luci che si accendono da sole, porte che si aprono da sole, e la vecchina che parla col tono di voce dei chipmunks..

Quest’estate i brasileri m’insegnarono ad aprire la birra coi denti. Ieri sera un cameriere l’ha aperta camminando con l’incavo del ginocchio!
Big respect Sudamerica.

29 gennaio

Puntiamo verso Puerto Piramides, distese di nulla, Guanachi ed Nandù nei nostri spostamenti. Benvenuti in Patagonia, Peninsula Valdes. Parlero’ da ingenuo, ma mi son fatto l’idea che in Argentina esista un piu’ grande senso della collettivita’ rispetto ai nostri stili di vita individualisti gne’ gne’. Lo si vede nelle piccole cose, le code ordinate che si formano spontaneamente fuori dai negozi, ristoranti e fermate dei bus, che qua chiamano colectivos. Piu’ attenzione al prossimo e sensibilizzazione su temi comuni anche a noi, come la privatizzazione dell’acqua. L’agua es come l’oro. (per questo beviamo Quilmes).
Ok, qua son le otto di sera, deve ancora tramontare il sole, una banda suona sulla spiaggia Puerto Piramides, non si dorme da due giorni, avanti cosi’.

Puerto Piramides


30 gennaio

Metereologia creativa a Puerto Piramides: tempesta di sabbia, pioggerellina, cenere del vulcano cileno, poi d’improvviso il sole: tutto in un giorno.

1 febbraio

Peninsula Valdes. Qualcuno trovi l’interruttore del vento – el viento viene – el viento se va – por la carretera – le locals di una bellezza assurda – Brentegani fa sandboarding – dopo 5 ore di mountainbike straparlo – Calle 13 e Manana Me Chanto la colonna sonora – i leoni marini si azzannano, si staccano gli occhi – Carlos e i denti de tiburon preistorico – oi, la gente qua sono il piu’ grande spettacolo, e non devi neanche pagare il biglietto – el hombre viene el hombre se va – por la carretera.

Peninsula Valdes


3 febbraio

Ruta 3 fino Rio Gallegos, poi Ruta 40 fino El Calafate. Alla stazione di Gallegos vedo il vecchiaccio di gattonerogattobianco, quello che abbraccia il blocco di ghiaccio :) . Stesso identico. Obiettivi finali: Il Glacial Perito Moreno e El Chalten. Vamos!


4 febbraio

Paesaggi norvegesi a El Calafate. Dal Perito Moreno si staccano lastroni di ghiaccio di 30 metri, producono il suono del temporale, poi tonfano nell’acqua del lago. Lo spettacolo e’ esaltante, ne vediamo 3-4 in un pomeriggio.
La sera ci si intrattiene con argentini di svariate parti del paese, con loro si parla di:
- la situazione argentina passata e attuale: ne hanno prese di gomitate nelle costole, ma sono un popolo orgoglioso.
- sport: sono mega acculturati di sport, sanno tutto della nostra serie A e B. Lo sport che va per la maggiore tra le ragazze sembra essere l’hockey su sintetico.
Poi c’e’ sto concetto ricorrente del “vivir la vida”, io lo traduco con fai quello che ti piace fare.
Ci sommergono di carnazza e Quilmes, ci vogliono morti! :)

5 febbraio

Dopo la giornata di trekking a El Chalten, ai piedi del Fitz Roy, decidiamo di sforare in Cile. Doppia tappa a Puerto Natales e Punta Arenas. Jajjjjjjj!! Riempiamo il Sudamerica di bandierine.

El Chalten


6 febbraio

Al confine cileno, per controllare chi trasporta armi, mettono su una musica Mariachi fortissima, così chi ha due pistole non può resistere, e comincia a sparare in aria urlando iiiiiiiiiihaaaaa!!… Questa ovviamente è una cagata che mi sto a inventare adesso.

Al confine cileno ci becchiamo anche la neve e grosse raffiche di vento, in fila all’ufficio immigrazioni guardiamo in alto, e sulla parete troneggia una foto commemorativa di Calmillo: 1991-2009, il cane randagio preferito dai doganieri… Questa invece non è una cazzata, è tutto vero! Spassosissimo Sudamerica.

Chile


7 febbraio

Il Cile e’ un po’ sonnolento e freddo per essere nella sua migliore stagione. Vamos a mirar los pinguinos a Isla Magdalena!

Tierra del Fuego


9 febbraio

Lasciamo il Cile patagonico e la mitologia Araucana. Stretto di Magellano, Tierra del Fuego, strade bianche, cimiteri di alberi nei pressi del lago Fagnano, poi finalmente Fin del Mundo! Qua il sole scende alle undici. Cinebrivido.

Ushuaia - Fin del Mundo


11 febbraio

Finale col botto: andiamo a spassarcela una giornata in Uruguay! Quindi non appena atterrati a Buenos Aires prenderemo la prima nave per Colonia.
(è una piccolo paesino sulla foce del Rio de la Plata, molto turistica ma molto bohemiene, mi ricorda per certi versi il Pelourinho di Salvador de Bahia)
Questo e’ il mio ultimo appunto dalla Tierra del Fuego.
Una piccola considerazione: non c’e’ da meravigliarsi se Chatwin, Sepulveda e compagnia abbiano scritto libri cosi’ belli su questi luoghi, perche’ questi luoghi e la gente che li abita sono veramente magici.
Concludo dedicando questo viaggio a mio padre. Lui fin da piccolo mi ha appassionato con i suoi viaggi, ha viaggiato in treno tutta l’Europa, la Turchia e l’Egitto. Ma il suo primo viaggio e’ stato nel ’72 (o era ’73?), quando, percorrendo la Norvegia, raggiunse Capo Nord, il punto più a nord delle terreferme europee. Questo mio viaggio ideologicamente vuole essere una continuazione di quello, in direzione contraria, fino a raggiungere l’estremo sud.

Me ne sono accorto subito

E non lo volevo ammettere, ma me ne sono accorto subito di quanto facesse schifo il pensiero delle merendine “muletto bianco”, guardiamo solo lo spot, cari i miei prodi, allora, c’è questa bella casona con una ruota rossa che gira nell’acqua, ora entriamoci dentro e troviamo la mammina che non ci ha un cazzo di voglia di preparare la colazione ai suoi poveri figli emofilici, cosi verze du pacchi di quelle merendine che vengono stampate a migliaia al secondo e le butta nel piatto sulla taola, i figli si svegliano con la magica parola “saccottino”, se esultano così tanto per il saccottino di merda non voglio pensare a che cazzo di roba darà da mangiare quella soave mamma italiana a pranzo e a cena; un’altra cosa, il marito scende giù e ha un orgasmo nel vedere quelli stronzetti di merdellata sul taolo, accarezza la moglie che la sera prima non ha saputo lavorare bene, tutti ridono e il cane campagnolo non si rotola su una merda, ma porta il giornale all’impiegato; ma non lo trovate curioso che il propietario di tal magione vesta così bene per andare al lavoro, è proprio un businessman!

Il bacano lo farà qualche altro per lui, che siano degli africani a far girare quel mulino intonando un gospel, perchè il fiume io non l’ho mai visto; inoltre assicuro che in tutti quei campi di grano si nasconde una piantagione di maria, in realtà il grano è cotone dell’Alabama.

Accendi la tv e scopri come una famiglia può ritrovare l’equilibrio e la sicurezza persa solo comperando un prodotto anti acari; incredibile, per anni nessuno ha  mai cagato questi animaletti quand’ecco che i venditori mettono su la fobia alle massaie di sti piccoli ragnetti che fanno venire congiuntivite lacrime emorroidi ecc; in più gli schiaffano in sovrimpressione la grossa immagine di questo squinfimo animaletto, e vedo già le massaie e le checche isteriche saltare di botto sul divano all’ora di cena; il marketing fa questo ed altro, fa paura quello che non si vede, tanto quasi una guerra.

L’ipnosi più assolutistica è l’utopia di prodotti per buttar giù chili e al contempo anni della nostra vita, martellano i cristi già storditi con continue immagini di topolone imbottite di transistors e amfetamine che continuano a masturbare il proprio corpo indossando un centimetro di vestito mentre una che ormai è consumata emotivamente, sull’orlo del suicidio, piena di sensi di colpa continua a martellare le orecchie con numeri telefonici ripetuti all’infinito, alla televisione manca solo l’aspersione di profumi, così il martellamento di sensi sarebbe al completo; ma l’importante è essere magri come i poveracci del Biafra.

Ma in tema di compravendite (più compra che resto) vendono di quelle cose che  trovo molto speciali; cinque preziosi orologi con questo e quello, invece che tre milioni attenzione, cento-mila-lire no no, non c’è mica l’inculata sotto, è che sono generosi, basta un piccolo contributo spese postali, ti regalano in più un ferro da stiro, no no mica dei mafiosi, ma se leggi le piccolissime  e squinfime postille in sovraimpressione scopri che alla fine di essere stato inculato spolpato e prosciugato ti inculano anche la famiglia; simpatico tuttociò.

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